Immaginate questa scena: siete in viaggio all’estero, contenti di un servizio locale o di un pasto delizioso, e istintivamente mostrate un allegro “pollice in su” per esprimere la vostra soddisfazione. È un gesto così radicato in molte culture occidentali che sembra universale come un sorriso. Ma se vi dicessi che questo segno apparentemente innocuo, simbolo di approvazione e positività, può mettervi in seri guai, persino incitare rabbia o disgusto, in numerose parti del mondo? Benvenuti nell’affascinante, spesso confuso, mondo del gesto del pollice in su, un segnale silenzioso il cui significato è tanto diverso quanto l’umanità stessa.
Il “pollice in su” porta con sé una leggendaria storia d’origine, spesso attribuita ai giochi gladiatori romani. La narrazione popolare suggerisce che un “pollice in su” dall’imperatore o dalla folla significasse vita per il gladiatore sconfitto, mentre un “pollice in giù” segnalava la morte. Questa immagine drammatica è stata immortalata in film e letteratura. Tuttavia, le prove storiche dipingono un quadro più sfumato, e forse addirittura invertito. La frase romana “pollice verso” (pollice girato) è dibattuta dagli studiosi, con alcuni che suggeriscono che *qualsiasi* pollice girato (su, giù o persino nascosto) potesse significare la morte, rappresentando una spada che viene rinfoderata o estratta. Altre interpretazioni suggeriscono che “pollice compresso” (pollice premuto verso l’interno) significasse vita, mentre un pollice esteso, indipendentemente dalla direzione, avrebbe potuto significare morte, simboleggiando un’arma. Indipendentemente dalla verità romana esatta, la moderna connessione “pollice in su = buono” si è largamente consolidata molto più tardi, separatamente dalle sabbie intrise di sangue dell’arena.
Quindi, come è diventato il nostro segno di riferimento per dire “grande” o “ok”? Il viaggio del gesto attraverso la storia è piuttosto affascinante. Nel Medioevo, un pollice verso l’alto avrebbe potuto essere un modo per sigillare un accordo, un “fatto” non detto. La sua connotazione positiva ha preso il volo nel 20° secolo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, i piloti alleati lo usavano per segnalare “missione compiuta” o “pronti al decollo”. Man mano che l’aviazione divenne più comune, così fece la diffusa accettazione positiva del gesto nelle culture occidentali. I subacquei lo adottarono come segno per risalire, incorporando ulteriormente il suo significato pratico e positivo. Oggi è un punto fermo nei social media, universalmente riconosciuto (nei contesti occidentali) come un pulsante “Mi piace”.
Ma è qui che la cautela culturale diventa veramente essenziale. Uscite dalla bolla occidentale, e quel “pollice in su” innocente può rapidamente trasformarsi da un gesto amichevole in un grave insulto. In molti paesi del Medio Oriente, in particolare Iran, Iraq e Afghanistan, il “pollice in su” è considerato altamente offensivo, all’incirca equivalente a mostrare a qualcuno il “dito medio” nelle società occidentali. È spesso interpretato come un volgare gesto fallico. Immaginate la confusione e l’offesa causate da un turista ben intenzionato a Teheran che cerca di esprimere il suo gradimento di un pasto!
Analogamente, in alcune parti dell’Africa occidentale, come la Nigeria, e in alcuni paesi sudamericani, come il Brasile (anche se meno universalmente offensivo che in Medio Oriente), il “pollice in su” può anche essere visto come maleducato o sprezzante. In Russia, e sempre più in alcune parti dell’Australia (specialmente tra le generazioni più anziane, anche se sta diventando più accettabile con l’influenza occidentale), era tradizionalmente considerato un gesto impolito o addirittura volgare, a volte con connotazioni sessuali. Anche in alcune parti d’Italia e Grecia, sebbene oggi generalmente inteso come positivo, ha storicamente avuto associazioni negative o maleducate.
Il villaggio globale in cui abitiamo significa che incontriamo costantemente diverse usanze. Il “pollice in su” è un esempio perfetto e sorprendente di come un’espressione umana apparentemente semplice possa portare un peso profondamente diverso attraverso i confini. Ci ricorda che la comunicazione non riguarda solo le parole; riguarda il linguaggio silenzioso dei gesti, delle espressioni e del linguaggio del corpo – un linguaggio che richiede sia curiosità che rispetto per essere veramente padroneggiato. Quindi, la prossima volta che state per dare un “pollice in su” spontaneo, forse prendetevi un momento per considerare dove siete e se un semplice cenno del capo o un sorriso cortese potrebbe essere un’alternativa più sicura e universalmente compresa. La vostra buona volontà internazionale (e forse la vostra reputazione) potrebbe ringraziarvi per questo!

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